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n.3/2011 Incontro del Gruppo Città con Beppe Pericu

 15 giugno 2011

I temi della sostenibilità ambientale, più in generale della vivibilità delle città, hanno assunto negli ultimi anni sempre maggiore importanza.

Anche a prescindere dal dibattito teorico su quale sia il significato di questo termine e dalle istanze culturali che propongono un generale ripensamento sui criteri quantitativi in base ai quali si sono sviluppate la società occidentali (Latouche) è un dato di fatto che questi temi (come anche testimoniato dall’esito dei recenti referendum) hanno assunto una dimensione di massa.

La qualità ambientale è diventata un “asset” indispensabile in un panorama in cui la “offerta” di città è maggiore della domanda.

Il problema è dunque riuscire a tradurre questi concetti in un progetto di città e verificare come e in che misura essi orientino le scelte urbanistiche del PUC (ma non solo – vedi il tema della “manutenzione” della città).

Alcuni degli argomenti che polarizzano in questo periodo l’attenzione delle istituzioni e delle forze sociali possono essere assunti come riferimento.  Un primo esempio è rappresentato dalla vicenda dei cantieri navali di Sestri, un secondo dal cosiddetto “superbacino”. In entrambi i casi si richiede un cospicuo finanziamento pubblico (dell’ordine di diverse centinaia di milioni di euro) a sostegno di attività che rispondono certamente all’esigenza di tutela dell’occupazione e difesa di produzioni legate alla tradizione del tessuto produttivo genovese e ligure ma che, probabilmente, trovano difficile compatibilità in un’ottica quale quella sopra accennata.

E’ vero che le competenze dirette sono soprattutto in capo all’Autorità Portuale, ma è indubitabile che, specialmente nel caso di Genova in cui l’ambito portuale è così prossimo al tessuto urbano, le questioni di cui sopra debbano essere considerate.

Il tema della riqualificazione ambientale si pone soprattutto per le parti di città che hanno in passato ospitato le attività industriali: il ponente e le vallate. In questo senso è pensabile, attraverso ad esempio gli indicatori comunemente utilizzati per descrivere la “qualità urbana”, ricostruire una mappa che orienti le scelte di pianificazione. In tale contesto, il recupero delle aree industriali dismesse deve essere un’occasione da non perdere: vecchi schemi di intervento (si è fatto l’esempio di Fiumara) non paiono oggi riproponibili. Occorre individuare interventi, eventualmente più “leggeri” in termini di investimenti, che riescano a soddisfare maggiormente i nuovi criteri.

Ciò presuppone, oltre naturalmente ad un affinamento degli strumenti per “misurare” questi nuovi parametri, un adeguamento delle strutture pubbliche preposte: la funzione di attuazione e gestione è altrettanto importante rispetto a  quella di pianificazione. Anche il complesso delle norme che regolano la materia devono essere – per quanto di competenza – adeguate.

Un ulteriore tema di riflessione riguarda gli strumenti di partecipazione e di decisione. In un contesto in cui la politica (intesa non solo come sistema dei partiti e delle istituzioni, ma anche dei cosiddetti “corpi intermedi”) ha perso terreno ci si chiede quali siano le sedi in cui il processo democratico che si ritiene indispensabile per orientare le scelte possa svilupparsi.

Eugenio Piovano

 
 
 
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