Advertisement
 
 
N.2 Dallo statuto dei lavoratori ai nuovi schiavi di Rosarno. Brunetta, gli attacchi contro l’art.18

di Sonia Zarino

presidente del Partito Democratico della Liguria

La rivolta dei braccianti di Rosarno, che ricorda per diversi aspetti i moti dei braccianti agricoli contro lo sfruttamento dei latifondisti di molti decenni passati, sembra far tornare indietro l’orologio della storia.

Se circa un secolo fa i contadini erano assoggettati al potere del latifondo anche grazie alla repressione esercitata dal potere militare del Regno d’Italia, oggi sono le leggi volute dal governo di destra a negare ogni diritto ai braccianti clandestini, ridotti in semischiavitù e obbligati a lavorare in condizioni disumane sotto la minaccia della denuncia all’autorità costituita.

Ma la lotta dei braccianti di Rosarno non è dissimile da quella degli operai che salgono sui tetti delle fabbriche: in entrambi i casi vi è soprattutto la rivendicazione di diritti fondamentali, diritti che in Italia sono stati duramente conquistati (per tutti i lavoratori, è bene dirlo) e che, ultimamente, vengono messi in discussione e negati, troppo spesso nell’indifferenza generale.

L’ultimo attacco in ordine di tempo lo ha portato il Ministro Brunetta che ha dichiarato “che l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori garantisce i padri che sono ipergarantiti”. Quello che il Ministro non dice è che il precariato dei figli l’hanno propiziato le leggi approvate proprio dalla destra. Ma andiamo con ordine.

La grande conquista della dignità del lavoro

 

Il prossimo 20 maggio lo Statuto dei Lavoratori compirà 40 anni. Esso fu il risultato di una strenua lotta politica e sociale che vide coinvolti nell’autunno del 1969 oltre sette milioni di lavoratori che si unirono per rivendicare i loro diritti.

Tra le numerose richieste avanzate dai lavoratori e recepite dallo Statuto, ricordiamo la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali, gli aumenti di stipendio e il diritto di assemblea. Grazie allo Statuto venne inoltre normato il controllo delle assenze per malattia o infortunio, si riconobbe il diritto a non essere discriminati se studenti lavoratori o sindacalisti, e si introdusse il principio dell’annullamento del licenziamento senza giusta causa.

Lo Statuto dei Lavoratori rappresenta il raggiungimento di un alto grado di democrazia e il riconoscimento della dignità del lavoro, un importante traguardo che ha il suo diretto riflesso nell’alto grado di democrazia raggiunto dalla società italiana nel suo complesso. Un patrimonio di coscienza civile che nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro ha costituito il baluardo contro il quale si sono infranti la stagione delle stragi e del terrorismo, consentendo alla democrazia italiana di proseguire il suo cammino costituzionale.

Negli anni 80 e 90 lo Statuto ha mantenuto la forza di garanzia non soltanto dei lavoratori occupati, ma anche dei lavoratori disoccupati, con forme d’incentivazione dell’occupazione e di sostegno alla produzione che trovavano nello Statuto il preciso punto di riferimento, anche per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali.

L’art.18 dello Statuto dei Lavoratori sancisce l’impossibilità per il datore di lavoro di licenziare un dipendente senza giusta causa ed è la chiave di volta del sistema.

Sono stati diversi, negli ultimi dieci anni, i tentativi di modificare o addirittura abolire l’art. 18 dello Statuto. Tali tentativi, portati avanti dalla destra, costituiscono un grave attentato all’integrità e all’efficacia dell’insieme delle garanzie dello Statuto stesso. Appare infatti evidente come diventi di fatto inutile il riconoscimento ai lavoratori del diritto di rivendicare il rispetto dell’orario di lavoro, delle mansioni, dei diritti sindacali, della libertà di opinione, di rivendicare il pagamento degli straordinari, e così via se si può essere licenziati senza giusta causa e senza poter avere la previsione della reintegrazione.

In altre parole, la paura di essere licenziati senza possibilità di reintegrazione rischierebbe di indurre i lavoratori a non esercitare pienamente i diritti che 60 anni di vita democratica e sindacale hanno loro garantito. La dignità, l’autostima, il diritto a manifestare le proprie opinioni e ad esercitare le proprie libertà, nell’ambito delle leggi che li regolano, sono valori non monetizzabili.

La dignità del lavoratore sul posto di lavoro è un presupposto fondamentale per la realizzazione piena del cittadino, è un diritto tutelato dalla nostra Costituzione, e non può essere accettato un risarcimento in sostituzione di questi valori.

Come diceva Piero Calamandrei nel 1955: “Dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. 1 “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, questa formula corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e studiare e trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica, perché una democrazia in cui non ci sia questa eguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un’eguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale.

Si comprende quindi l’impegno con il quale i vari governi di destra si sono adoperati per rimettere in discussione l’art. 18, cercando di sopprimerlo o, almeno, di depotenziarne di molto la portata.

La grande risposta data dai lavoratori in occasione della manifestazione di Roma del 2002, quando risposero al richiamo della CGIL guidata da Sergio Cofferati gli ormai celebri 3 milioni di persone, ha potuto in qualche modo, allora, frenare i colpi portati all’art. 18 dalla destra al Governo.

E tuttavia già l’anno successivo l’introduzione della legge 30, la cosiddetta Legge Biagi, ha in qualche modo permesso la neutralizzazione dell’art. 18 per una larga parte di lavoratori introducendo tutta una serie di nuove casistiche lavorative che, se nelle intenzioni dichiarate dal Governo dovevano servire a facilitare l’accesso al mondo del lavoro soprattutto dei giovani, hanno di fatto permesso la trasformazione di ampi settori di lavoro stabile in aree di lavoro precarizzato.

Alla prevista flessibilità non ha fatto seguito una riforma sugli ammortizzatori sociali, tramutando di fatto una situazione di lavoro flessibile in una situazione precaria, e soprattutto non si è creato un contesto economico nel quale è facile e rapido il ricollocamento nel mondo del lavoro.

Circa gli effetti della legge 30, che secondo i suoi sostenitori avrebbe ridotto comunque la disoccupazione, si può osservare che il fenomeno è si diminuito in termini percentuali, ma al prezzo di un abbassamento della qualità delle retribuzioni. La possibilità di stipulare contratti anche di breve durata, ha introdotto inoltre una perturbazione nel calcolo dell’effettivo livello di disoccupazione, poiché le statistiche tengono conto solo dell’inizio del rapporto di lavoro, quindi è accaduto che il tasso di occupazione registrato fosse superiore rispetto a quello reale.

Dal punto di vista dei rapporti di forza tra offerta e domanda di lavoro, è chiaro che sono i datori di lavoro ad aver segnato un cospicuo vantaggio, mentre i lavoratori salariati hanno visto indeboliti i loro diritti e anche gli stessi lavoratori a tempo indeterminato si sono visti affiancare una “concorrenza” costituita da lavoratori precari ed interinali, molto meno costosi e molto più “flessibili”, tanto che si sono verificati casi in cui, all’opposto di quanto affermato da chi si dichiarava a favore della legge 30, si è iniziato a “dismettere” lavoratori stabili, magari più “anziani” e quindi più costosi, per assumere con le nuove forme contrattuali, giovani precari cui poter rinnovare praticamente all’infinito un contratto a progetto o co.co.co.

La flessibilità è stata pagata tutta dai lavoratori: un conto sarebbe stato infatti compensare la flessibilità richiesta al lavoratore con un cospicuo aumento salariale per unità di tempo della prestazione, analogamente a quanto avviene ad esempio per una prestazione professionale, ma altro è invece l’attuale sistema che fa costare assai meno al datore di lavoro un lavoratore flessibile rispetto ad uno stabile, potendo reiterare eventualmente all’infinito il rapporto.

E’ chiara la convenienza economica per il datore di lavoro a utilizzare forme di precariato, specie per impieghi poco professionalizzati.

Oltre il precariato, lo sfruttamento

 

Rosarno, Castelvolturno, ma anche Prato e chissà quali altri gironi infernali del lavoro nero e dello sfruttamento della mano d’opera a basso costo rappresentano in fondo l’ultima frontiera del precariato, e un’ulteriore riallineamento verso il basso dei parametri di remunerazione del lavoro di braccianti e operai.

Descrivere questi fenomeni considerandoli del tutto estranei ai circuiti dell’economia “ufficiale” è a mio avviso del tutto inesatto poiché è pur vero che l’impresa che opera nel sommerso, e il lavoratore in “nero”, pur collocandosi in un segmento nascosto dell’economia, finiscono per entrare in contatto e interagire con l’economia “regolare” in molte occasioni. Dunque, l’economia sommersa nei paesi industrializzati finisce per convivere e per interagire a vari livelli con i meccanismi di mercato che governano il funzionamento del sistema economico.

Non si spiega altrimenti la scala raggiunta dal fenomeno, le migliaia di persone impiegate nell’agricoltura al sud, così come i tantissimi operai cinesi che lavorano clandestinamente nelle fabbriche sparse per l’Italia.

Se analizziamo questi fenomeni, abbiamo un quadro impressionante di cosa sia oggi l’economia sommersa italiana: un enorme buco nero che secondo le ultime stime della Banca d’Italia rappresenta oltre il 15% dell’attività economica.

Tutti i tentativi di far emergere il lavoro nero si sono rivelati, ad oggi, deludenti, tanto che il nostro paese vanta il poco invidiabile primato dell’Europa. Sono state emanate leggi che hanno avuto una scarsa adesione anche per la complessità dei meccanismi di emersione adottati, e nonostante spesso contenessero degli elementi di grande indulgenza verso coloro che avevano fatto uso di questo tipo di lavoro. I lavoratori in nero non vedono rispettati i loro diritti e devono accontentarsi del poco che riescono ad ottenere.

Il fenomeno dei clandestini introduce una variabile nuova, poiché siamo di fronte ad una massa di persone particolarmente deboli dal punto di vista della lingua, della conoscenza delle leggi e dei loro diritti. La loro situazione di irregolarità li mette inoltre in una condizione di completa sudditanza verso i loro sfruttatori, che hanno armi ancora più forti di ricatto.

La verità è che i clandestini servono perché rappresentano una forza lavoro a prezzi stracciati, più competitiva ancora del lavoro nero fornito dagli italiani e dagli immigrati “regolari”: essi sono dei senza diritti e possono quindi essere sottoposti ad angherie e soprusi ancora peggiori rispetto ai “semplici” lavoratori in nero. L’aver approvato la legge che introduce il reato di clandestinità rende ancora più evidente il suo vero scopo, ossia quello di mantenere serbatoi di lavoratori a basso costo.

Con questa ulteriore involuzione del mercato del lavoro, potremmo dire che il cerchio si chiude.

Alla fine degli anni ’60 le dure lotte dei lavoratori italiani hanno permesso il riconoscimento della dignità del lavoro e hanno portato l’ottenimento di uno degli Statuti più avanzati del mondo in termini di tutele dei diritti.

Oggi, potremmo ben dire che molto di quelle conquiste si è perso e la crisi economica, la globalizzazione, i tanti cambiamenti della nostra società non possono, io credo, interamente spiegare questo riflusso, questo ripiegamento dei diritti.

Su questo tema è venuto il momento di promuovere un vasto e rinnovato dibattito, che sia in grado di rimettere al centro valori quali la dignità del lavoro, i diritti (e i doveri) dei lavoratori, la flessibilità unita alle reti di protezione sociale, l’accoglienza e il riconoscimento del valore economico e sociale del lavoro degli immigrati, che può rivelarsi determinante, se opportunamente regolarizzato, per riequilibrare la progressiva decrescita demografica che avrà, se non opportunamente corretta, effetti devastanti sul welfare negli anni futuri.

 

L’attacco all’articolo 18: dalla flessibilità alla precarietà

 
 
 
© 2017 Centro in Europa - CF 95028580108 - PI 01427710999