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Est e Ovest: una memoria europea divisa

 

di Bronisław Geremek

Parlamentare europeo, già ministro degli Esteri della Repubblica di Polonia

Il presente articolo è stato tratto da una lezione svolta ad Aquisgrana il 9 maggio 2007 durante il ciclo di conferenze su “L’Europa e la sua memoria: i 50 anni dei Trattati di Roma” organizzato dal Koordinationsbüro "Europäische Horizonte" c/o l’Institut für Politische Wissenschaft der RWTH di Aquisgrana.

 

 

Credo che gli allargamenti dell’Unione europea del 2004 e 2007 possano definirsi un evento storico: non solo perché hanno profondamente modificato l’aspetto dell’Unione ma anche perché sono parte di un lungo processo storico ed espressione di un mutamento delle linee di sviluppo dell’Europa. Se queste parole non vogliono rimanere meramente retoriche, è necessario chiedersi se stiamo assistendo a un evento solo della storia dell’Unione europea, o dell’Europa nel suo complesso.

L’espansione a Est dell’Unione europea ha prima di tutto comportato un cambiamento qualitativo. La prospettiva storica dell’integrazione europea stava mutando; la fine della seconda guerra mondiale e la riunificazione della Germania avevano creato l’opportunità di cancellare definitivamente la divisione dell’Europa. Per questo motivo l’attuale espansione europea può e deve essere considerata come una “unificazione”. Dal punto di vista polacco, questa espansione segna la “vera fine della grande guerra”. Quasi sessant’anni dopo la fine della II guerra mondiale assistiamo alla creazione di un nuovo ordine europeo, che rompe i ponti con l’eredità di quella guerra. L’adozione di una moneta unica europea e l’ingresso delle ex “democrazie popolari” possono essere considerati strumenti simbolici ed effettivi della costruzione di un’Europa unita. 

In che misura l’Unione europea dispone di una “memoria collettiva” comune? La memoria collettiva dell’Europa orientale differisce da quella dell’Europa occidentale?

Se ci riferiamo a un concetto di memoria collettiva europea paragonabile a una memoria collettiva nazionale, l’Europa è solo all’inizio del suo cammino. Solo oggi si inizia a insegnare la storia non solo a livello locale, nazionale e universale, ma anche europeo. Programmi di studi comparativi che realizzino un’analisi critica dell’Europa, o della civiltà europea, stanno iniziando a comparire solo ora. Il mito della bella Europa rapita da Zeus trasformato in toro non è davvero sufficiente a suscitare un senso di comunità europea. Solo adesso, nel momento in cui l’idea di Europa è in crisi e l’identità europea è posta in discussione, sorge l’esigenza di ricordare il passato, di riunire le memorie nazionali e creare una memoria collettiva europea quale elemento fondamentale del legame sopranazionale. Le differenze fra Est ed Ovest nel modo di ricordare il proprio passato possono costituire un ostacolo così difficile da superare quanto le profonde differenze politiche ed economiche.

Nonostante le diverse percezioni, alcuni elementi comuni possono essere individuati: la fine della I guerra mondiale come affermazione di Stati-nazione; nel corso della II guerra mondiale, la violazione dei diritti fondamentali perpetrata da due ideologie totalitarie, quella nazista e quella sovietica; negli anni della dominazione sovietica, la lotta per la libertà che, seppure con forme e motivazioni assai differenti, accomunò i giovani dell’Europa centro orientale e occidentale.

 

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Ora che la riunificazione dell’Europa si è compiuta, le differenze strutturali e di sviluppo sono in fase di superamento. Ora abbiamo bisogno di rispondere alle domande “Da dove veniamo?” e “Dove siamo?”, per essere in grado di rispondere poi al quesito “Dove stiamo andando?” Rispondere a queste domande richiede una riflessione più profonda sulla cultura, sulla memoria e sull’identità. Senza tale riflessione, l’Unione europea non sarà in grado di suscitare un sentimento di “interesse europeo” che trascenda gli interessi nazionali individuali; non sarà capace di incorporare il concetto di “cittadinanza europea” nella vita di tutti i giorni, né rafforzare la sua dimensione politica.

Lo strumento per raggiungere questo obiettivo è un’istruzione europea, ad esempio un’educazione che sia in grado di eliminare le aree di ignoranza reciproca create dalla divisione della scena europea in Stati-nazione antagonisti e le differenze create da trend di sviluppo divergenti dell’Ovest e dell’Est del nostro continente.

Questo è il significato storico dell’allargamento a Est dell’Unione europea. Esso supera gli orientamenti politici che hanno diviso l’Ovest e l’Est nel corso della storia europea. Genera anche diversi interrogativi, tanto complessi quanto fondamentali. 

Il primo è il tema del posto della religione nel processo di integrazione europea. Non è unicamente un problema teoretico ma riguarda un elemento attuale della politica europea: l’adesione della Turchia. Se da un lato è ovvio che il Cristianesimo ha un significato fondamentale, sarebbe difficile accettare l’assunto che l’Unione europea dovrebbe definire i suoi confini sulla base di criteri religiosi. Dopotutto l’ingresso nella UE della Grecia ha introdotto l’Ortodossia orientale in un’Unione che fino ad allora aveva incluso solo Paesi cattolici e protestanti. Già oggi vi sono milioni di Musulmani che vivono nell’Unione europea, e le moschee stanno diventando un elemento comune del paesaggio urbano europeo. L’Unione europea è fondamentalmente un ordinamento giuridico che garantisce la tolleranza reciproca e il rispetto dei credi religiosi. La civiltà europea ha sempre avuto una forte tendenza ad accordare un carattere di universalità ai propri convincimenti, e la questione dell’apertura “all’altro” e della lotta a tutti i processi e meccanismi di esclusione sociale e culturale è di particolare importanza nel dibattito attuale. Un’Europa che non affermi il pluralismo sarebbe impensabile.  

La seconda questione è quella dei confini orientali dell’Unione europea. Il piano di allargamento tracciato a Helsinki nel 1999 identifica il confine orientale dell’Unione con il confine orientale della Polonia, il che significa che Russia, come Ucraina e Bielorussia, rimangono fuori dalla UE. Allo stato attuale, non è dato sapere se la Russia desideri diventare parte dell’Unione. È però di estrema importanza assicurare che i vicini orientali non percepiscano l’espansione dell’UE come un processo che li esclude permanentemente. Ciò spingerebbe l’Ucraina e la Bielorussia fra le braccia della Russia, all’interno della quale sarebbero indeboliti quanti sostengono la modernizzazione del loro Paese. Il programma di modernizzazione della Russia annunciato da Vladimir Putin dovrebbe essere sostenuto dalla creazione intorno all’Unione europea di un’area di cooperazione economica e rafforzando un dialogo politico nel quale la Russia possa trovare il proprio posto.

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La questione finale riguarda il modo di superare la divisione fra Est e Ovest. Occorre in primo luogo compensare i ritardi dello sviluppo economico dei Paesi membri dell’Europa centrale e orientale. È una sfida formidabile, perché affronta l’eredità di secoli di differenze culturali nel corso della storia moderna, ma anche gli effetti di 50 anni di dominazione sovietica. L’Unione ha definito speciali tecniche d’azione per far fronte ai ritardi di sviluppo. Esse si sono dimostrate efficaci in Grecia e in Portogallo e possiamo ritenere che lo sarebbero altrettanto nei Paesi ex comunisti – se questi ultimi si adeguano agli standard dell’UE ma anche, per molti anni, mantengono indicatori di crescita economica superiori alla media comunitaria. Ciò però non scalfisce le differenze politiche. In questo ambito il processo di “transizione” è sufficientemente avanzato per giustificare la speranza che quanto è accaduto in Portogallo e in Spagna a seguito dell’uscita di questi Paesi da regimi autoritari possa realizzarsi in Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, Bulgaria e Romania. Occorre però aver ben presente il fatto che le questioni politiche sono state trattate solo in misura limitata durante i negoziati di adesione.  

Le espressioni retoriche su una comunità europea di valori non sono più sufficienti perché in questo caso abbiamo a che fare con una differenza multisecolare dell’Est europeo, che riguarda aree così complesse come la psicologia collettiva, la mentalità o la cultura.

È una grande sfida ma anche un’opportunità straordinaria. È il mezzo grazie al quale l’Europa raggiunge la sua unità e può diventare uno dei partner principali di un nuovo ordine globale.

Riduzione e adattamento a cura di Carlotta Gualco

 

 

 
 
 
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